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martedì 15 settembre 2009
Altri perché del progetto
La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo. (Camus)
Solo chi ha il coraggio di essere assolutamente negativo ha la forza di creare ciò che è nuovo. (L. Feuerbach)
Le ragioni di questo progetto.
Una buona parte dell’estate mi sono interrogata a lungo sul rapporto tra luogo e “coscienza”. Che dire.. "L’uomo, per il semplice fatto di essere uomo, di aver coscienza di sé, è , in confronto all’asino o al granchio, un animale malato. La coscienza è malattia." Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita.
O ancora "La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata apposta per tenere in soggezione i forti." Shakespeare, Riccardo III, Atto V, Scena III (Re Riccardo)...
E non citiamo Nietzsche.
Sia quel che sia, solo nella natura riesco a sentirmi bene, come accade probabilmente a tutti.
Cosa c’è oltre me? Cosa c’è oltre il ritmo delle mie giornate, i doveri del "capo", le preoccupazioni derivanti dalla situazione politica odierna, le nevrastenie generate dal rapporto con il mio corpo e con il mio cuore, la dolcezza e la tristezza che scaturiscono dalle interazioni con i miei amabili amici, la difficoltà continua del sapersi mettere a disposizione del partner (quando lo si ha) indovinando in che momento di apertura effettivo egli o lei possa essere per tentare di andare al di là della mia visibilità?
La natura e il divino, “certamente”(di certo la prima, del resto non saprei..).
Ciò che noi chiamiamo natura è un poema chiuso in caratteri misteriosi e mirabili. (Schelling)
Ma ci sono altri uomini. Li conosciamo? No, ovviamente non si diventa amici di molte persone nella vita.
Eppure siamo una città. Vuol dire qualcosa?
Nient'altro che non sia il fatto che abitiamo in un tempo coevo la stessa terra, immagino. Alcuni di passaggio, altri a lungo. Non moriremo forse qui, non avremo figli da crescere nelle nostre scuole palermitane, non lo sappiamo.
Ma siamo tutti, momentaneamente o meno, palermitani.
Può essere tutto e nulla e ho scarsamente in passato creduto importante tutelare l’appartenenza ad un luogo, credendo nel cosmopolitismo al punto da non introiettare nemmeno un po’ dell’essere palermitani, se non in forma molto inconsapevole ( e che ora vorrei diventasse consapevole).
Ho fatto il Garibaldi. Una visione limitatissima di cosa voglia dire la realtà cittadina, una porzione nettamente privilegiata e sempre più disinteressata a sentirsi solidale con le minoranze se non per darsi un tono da radical chic. Questo è stato per me l’essere garibaldina alla fine degli anni ’90. Un’esperienza diametralmente opposta a quella fatta dai miei genitori, ma mia. Ed è stato poi soltanto colpa mia chiudermi in me stessa e non comprendere, al di là della letteratura e dei film, manifestazioni, qualche dibattito e via dicendo, cosa sia ciò che è al di là del borghese.
Fratture radicali le ho sognate in solitudine e tradotte in sceneggiature varie mai completate, ma a che cosa è servito se non ad aumentare il mio narcisismo?
Questo è il mio personale modo di vedere le cose. Ognuno di noi ha un passato diverso ed è meraviglioso che venga fuori, senza paura che l’altro derida o blindi in un assenso ciò che le parole, rotolando leggere, stentatamente possono raccontare.
Ciò che siamo stati, ciò che siamo e che saremo non verrà marcatamente fuori in questo modo, lo so.
Ci si conosce e riconosce in molteplici ambiti, ma se questo può servire anche a vedere più nitidamente certe cose delle nostre vite, potremmo ritenerci un pochino soddisfatti, no?
Non credo esistano vite davvero felici. Le radici della solitudine sono molteplici e non s’identificano interamente con quelle assenze materiali che riscontreremo in queste periferie. Sono di natura composita e non può esaurire una ricerca su di esse nemmeno una generazione.
Ma questo è il tempo più beffardo di tutti, concedetemi di dirlo. Perché ha preteso di dichiararsi felice, pago del benessere e del piacere, nascondendo orrori solo perché non ha avuto sufficiente forza, coraggio e determinazione per riconoscerli e prepararsi a combatterli.
La crisi economica ha fatto vacillare profondamente le ragioni del capitalismo e si è parlato tanto di sobrietà e necessità di ricalibrare le "categorie" esistenziali, sottolineando l'urgenza di reinventarsi una solidarietà, così facile da pronunciare, così difficile da realizzare.
Cosa è cambiato effettivamente?
Non so quanto sperare fino in fondo in qualcosa restituisca la serenità. La mia inquietudine, personalmente, è così radicata che temo condurrò giornate estremamente altalenanti per tutta la vita e questo non è affar vostro. Ma siccome è diventato troppo pesante perché sia solo mio, metto in ballo il mio affare sperando che possa alleggerirsi in questa nuova dimensione.
Perpetuamente alla ricerca, come gli altri, di ciò che ancora non so, non sento, non comprendo, non amo come vorrei, sento il bisogno di capire quanto Palermo abbia avuto degli influssi notevoli sul mio modo d’essere.
Politico, quindi, ma anche molto, infinitamente egoistico è questo progetto, me ne rendo conto. Forse anche il voler sapere meglio, ad esempio, cosa voglia dire quel luogo comune sulle “ragazze palermitane” -miscuglio, a quanto sembra, di frigidità e stupidità cronica-, che tanto spesso ho trovato sulla bocca di amici, periferici e non, sempre più di frequente negli ultimi anni, ecco, anche questo è un motivo personale che contraddice lo spirito a lasciar parlare le cose stesse, obliando il mio personale interesse.
Vi domando però a questo punto se ci sia un’identità femminile nuova e non l’abbiamo ancora ben chiaro... La ragazza palermitana! È un modello di riferimento o da rigettare? Scherzi a parte, che dire..Provochiamoci fino a morire dal ridere, se volete, ma non condanniamoci all’assenza di criticità.
Odiare i ragionamenti equivale ad odiare gli uomini, secondo Platone. Se ragiono tanto, in fondo, potrebbe dirsi che non vi odio (quanto meno non sistematicamente..).
Purtroppo non ho che rare volte ragionato benino, però sono pur sempre la bambina che mia madre mi ricorda spesso rompeva i coglioni ai bambini incontrati per strada, dicendo “ciao, io sono Silvia, e tu come ti chiami?”. Una grande scassacazzi, insomma, una profumiera ante – litteram, probabilmente, non esito a riconoscerlo, come accennai qualche tempo fa alla mia amica Daniela, dal momento che è stato spesso equivocata quest’apertura, e lo capisco.
Ma che volete..ognuno nasce con una natura e può modificarla quanto vuole, anche con quintali di forzato disprezzo per gli altri pensando di poter cercare meglio sé stessi rinunciando ad ognuno di loro... e chiudersi per mesi a casa e teorizzare l’assenza di rapporti amorosi come indispensabile… ma, per fortuna, qualcosa non cambia ed è per questo che sono qui, sempre single, ma felice di essere-nel-mondo (palermitano).
Com’è la realtà periferica palermitana? Com’era qualche anno fa? Come potrebbe diventare?
Qual è la sua specificità, se ne esiste una, rispetto alle zone periferiche delle altre città?
Come può una città, tutto porto, che nella sua storia è stata un proliferare di scambi, aperture e commistioni essere inospitale con gli immigrati, picchiati vicino alla stazione? Se prima guardava interamente al porto ed ora sembra non poterlo fare, non dobbiamo chiederci qualcosa?
La città è i suoi cittadini, ma c'è un tratto comune, quell' insularità dell'animo, che ci riguarda tutti, o non c'è?
Cosa è questa sicilianità, ammesso che ci sia?
Qual è il rapporto tra la mafia e i luoghi, qual è davvero questa relazione, percepita miliardi di volte attraverso letture, documentari, ma mai sul serio in prima persona, abitando in una zona - apparentemente almeno- "tranquilla"?
Tutto comincia negli anni Cinquanta?
Ci sono troppi interrogativi cui mi piacerebbe ci sforzassimo di rispondere, ma insieme, sfaccettando in molti modi le possibili risposte, mai definitive, che sorgeranno durante il nostro lavoro.
Io andrò con buona probabilità in Germania a settembre dell’anno prossimo. È necessario per portare avanti l’altra ricerca per cui vengo pagata e che sarà ciò che mi impegnerà primariamente nelle mie giornate.
Ma la serietà che intendo riporre nel lavoro accademico deve combaciare e crescere parallela a quella che intendo soffiare su questa ricerca, che mi vedrà sua coordinatrice, formulatrice di ipotesi e di concetti. Basta dire più si, che significano fatica, amore e devozione. Chi dice no non vuole nulla, rifiuta di porsi in contatto con il mondo credendosi il solo a soffrire, a porsi domande inquietanti, a vivere di stentate immagini e parole che non rispecchiano mai ciò che accade nel mondo, rinchiudendosi in una constatazione perpetua della vanità del tutto.
Il nichilismo, il destino secondo i più importanti filosofi della prima metà del Novecento di questa tradizione occidentale, è a mio avviso ciò contro cui bisogna lottare con una forza vibrante ma mai “dannunziana”, temeraria, che pensi di poter trascurare pericoli, difficoltà ed ambiguità, proponendo toni esaltati che hanno fatto più volte nella storia impazzire coloro che , assetati e disillusi, si sono lanciati su carri che credevano portassero verso la vittoria, ma erano solo di vincitori ignobili, decisi a far trionfare l’unità (dogmatica).
L’unità convive con la molteplicità. Non c’è unità che si possa pensare, dire, sospirare, toccare, sentire con il cuore, la mente ed il corpo che non passi dalla molteplicità. Difendere la molteplicità non è una gentile occupazione di chi retoricamente si dichiara aperto alle ragioni degli altri e professa umiltà senza pienamente riconoscersi limitato. Difendere la molteplicità è il solo modo per restare sbigottiti dalla bellezza. Dal bello della natura che compare in differenti forme, dal bello degli uomini, che racchiude storie che non si possono narrare e che possiamo solo intuire attraverso segni fonici, scritti, sguardi, sorrisi, balli, dipinti e tanto altro e dal bello che portiamo dentro e che non è mai identico a quello che avevamo da bambini. Ma si articola di continuo, muta il suo sapore e la sua traiettoria, a volte ci sembra sia svanito per sempre, solo perché abbiamo concesso troppo potere all’accondiscendenza, al mancato reagire a tutte le difficoltà e atroci problematiche che può capitare di incontrare in modo radicale nell’esistenza, o sfiorare appena, restando comunque coinvolti in constatazioni angosciate e tetre, capaci di spezzare l’innocenza dell’infanzia.
Forse sì, c’è il fanciullino in ognuno di noi, ma evitiamo di parlare come Pascoli.
Questo progetto non deve finire quando me ne vado. È un progetto permanente, perché permanenti restano i conflitti, le contraddizioni, i confini, i limiti che continuamente possiamo scegliere di sfidare o ignorare, ma esistono. Se non accettiamo i limiti non accettiamo nemmeno noi stessi, è banalissimo ricordarlo, ma è così. Siamo spesso sedotti dalla perfezione perchè la fibrillazione del desiderio è costante, incentrata sul "tu vali" e puoi sempre più arricchire te, te, te, te solo, uomo occidentale mediamente ricco, che, per esempio, allarghi e assottigli pancia e fianchi non per improvvisi raccolti buoni o tragiche carestie, ma perché talvolta vittima di una volontà molto debole e di un mercato troppo forte. O ancora svuoti lo sguardo di ogni ideale perché intorno ti sembra non possa mai nascere l’autorizzazione a rendere credibile il tuo intento, diventando arido e sempre più sospettoso della capacità d’amare altrui. O confini in una densa, nobilissima ricerca di trovare equilibrio nella sfera affettiva tutto quello che è il tuo "potere fare", garantendo una generosità preziosa esclusivamente ai tuoi cari. Oppure trovando dopo anni una giusta via di mezzo tra la devozione per il tuo privato e lo slancio a curare problemi che non ti condizionano immediatamente in prima persona, ma ti coinvolgono e senti richiedono la tua partecipazione. Sono molteplici le forme in cui possiamo vivere oggi. Non c’è una strada migliore delle altre, ognuno sceglie la sua, dirottando più volte il suo percorso, iniziando altri tragitti e magari abbandonandoli di nuovo, una volta scoperto il loro essere dei vicoli ciechi o la loro enorme lunghezza. Non giudico la mancanza di coraggio né l’ingenuità di chi si fa abbindolare, perché c’è sempre una forza in ciascuno che esorta al riscatto e di questa forza sono convinta sia consapevole ogni essere umano.
Torno ancora a William..."Considero il mondo per quello che é: un palcoscenico dove ciascuno deve recitare la sua parte".
Le molteplici strade che iniziamo a percorrere recitando o restando spettatori, siano soltanto segmenti o grandissimi viali, ho capito nel tempo che diventano davvero palcoscenici in cui ciascuno ha sempre la possibilità di assaporare l’assoluto. E quest’esperienza meravigliosa non richiede denaro, capacità fuori dal comune, bellezza esagerata o chissà cos’altro. Sono momenti che definiamo spesso poetici, varchi nella pesantezza della vita in cui la si coglie in tutta la sua potenza e si è grati e paghi di esserci, malgrado tutte le insoddisfazioni e la lista infinita di rimorsi e rimpianti che ci si sforza di cancellare ma cammina sempre, come se fosse incollata al petto, con noi.
Riuscire a scoprire altri compagni che hanno quella stessa luce negli occhi è ciò che più intensamente desidero da questo progetto. E so di essermi rivolta a persone che questo sogno non lo deluderanno, ma spero ancor più profondamente che potrò incontrare questa stessa energia vitale negli uomini e nelle donne che conosceremo insieme, in quei luoghi pretesto d’indagine solo per poterci concedere il giusto slancio a fiondarci nella nostra città con uno spirito differente, che rompa la monotonia, ma che, come ogni nuova strada, rischia di ripresentare le stesse caratteristiche di quelle precedenti o manifestare inattese, sconosciute insidie.
Progetto periferie...Perchè?
Perché questo progetto? Quale scopo si propone, quale obiettivo?
Potrei dire che il primo è quello di denunciare ciò che accade in alcuni quartieri periferici, invisibili ai più. Ma più che altro vorrei che riuscissimo a mostrare, da filosofa direi "lasciar essere", ciò che è sotto questo cielo palermitano, grazie al contributo di coloro che si adopereranno a render degno di voce chi e cosa forse rischia di essere totalmente dimenticato.
Sto cercando di lottare contro molte mie illusioni di nuovo e scoprirò probabilmente quest'anno con più convinzione come la sola mancata illusione devo essere io. Esserci pienamente, costi quel che costi.
Riuscire a capire fino in fondo gli influssi della città credo sia molto importante. Tempo, spazio, persone incontrate... Quante particelle lavorano, attentando al bello o sprigionandolo, per ciascuno di noi.
In questo lavoro abbiamo l'occasione di sentirci familiari e trasferire lontano il senso d'impotenza, perché circoscrivere un luogo su cui operare le nostre indagini e confrontare le nostre idee, senza che sia previsto un dialogo con un potere sordo ed indifferente a restituirci il consenso che conta perché acquisti visibilità ciò che si è "prodotto", credo sia il fattore fondamentale, capace di fare la differenza, di questo progetto.
Insieme, come una piccola cittadina, possiamo sforzarci di "guadagnare", in termini di conoscenza, la grande città (forse un grande "paese") che ci ospita tutti.
Ci farà certamente male. Ma la fatica è una risorsa. Chi risparmia non ottiene niente di nuovo, è banale dirlo. Dal sudore, dalla pazienza, dalla tenacia nascono tutte le cose belle, i pensieri più impetuosi, le storie d'amicizia e d'amore più forti, no?
Mi hanno detto i miei, tornati da un viaggio a Genova, che in via del Campo c'è scritto: "dal letame non nasce niente". Anche lì, dov'è nato e ha composto uno dei più grandi poeti del secolo scorso (lo era per Fernanda Pivano, l'ho sempre pensato anch'io) come Fabrizio, che ha centrato proprio sui dimenticati la maggior parte della sua musica, ebbene, anche lì forse non ci crede più nessuno.
La risalita, la ripresa, la capacità di sfidare queste oscure leggi ingannevoli che lasciano credere che solo il portafoglio abbia "valore", non vuole coltivarla davvero più nessuno come possibilità?
Sì. Esistono piccole forme di resistenza che di continuo vengono prospettate e vissute da moltissimi uomini e donne del nostro tempo, che cancellano la passività e realizzano le loro aspirazioni in campi diversi, mettendosi totalmente in gioco.
Questo progetto sulle periferie palermitane non è che una tra le tante possibili strade di resistenza, che vuole credere nel cambiamento, prendendo sul serio fino in fondo tutto ciò che lo ha reso impossibile finora , comprendendo in differenti maniere, secondo molteplici punti di vista, quante modalità denigratrici dell'uomo e del suo principio speranza, direi, hanno agito sulla realtà palermitana negli ultimi decenni.
Scegliere le periferie, infatti, ovviamente più recenti, è anche un modo per delimitare il tempo storico che c'interesserà scrutare, senza necessariamente dover andare ad indagare l'origine, perduta nella storia, del "fenomeno mafia", ad esempio.
Ma quali sono davvero le ragioni nascoste in quest'iniziativa? Cosa mi ha spinto ad agosto a bofonchiare vaghe idee sulla possibilità di coltivare insieme un "sogno"?
Negli ultimi mesi, molti di coloro che mi conoscono bene da tanti anni, pur abituati alle mie crisi cicliche, credo che mi abbiano riconosciuto a stento.
Si cambia sempre, ma io stavo andando indietro. Ho distrutto me stessa ancora una volta e mi appresto a ricostruirmi di nuovo. Dopo intense fasi di messa in discussione dei miei inganni, mi ero quasi arresa a convivere con essi, trascuravo i miei doveri e scrivevo e pensavo troppo in solitudine, angosciata da miliardi di motivi.
Questo bisogno di riscatto personale è sicuramente alla base del progetto, che sempre nasce, non so se siete d'accordo, da un pò di confusione, ansia, necessità di lasciarsi il negativo alle spalle, ipotizzando possibili alternative che incoraggino a guerreggiare con determinazione con la sofferenza.
Ma sarebbe molto meschino aver pensato di rompervi le scatole per "salvarmi", quasi dovessi crearmi un passatempo che per attuarsi non tenga conto degli affanni delle altre vite.
Ci sono altre ragioni, dunque.
Come sia nata quest'idea è, in realtà, molto più semplice raccontarlo.
Stavo leggendo un libriccino intitolato"Paesaggio e coscienza", uno di quelli che si usano come sostegno per le tesine del liceo, sgraffignato a mia madre, insegnante d'italiano e storia.
Mi ha sempre molto affascinato cercare di chiarire le influenze dello spazio sull'uomo e di questo su quello.
Ma perché proprio le periferie? Non potevo propormi di setacciare viale Lazio e indovinare quanto avesse potuto rendermi ciò che sono, anziché venire ad inquietare voi sulle periferie palermitane?
Indagherò sul mio quartiere, anche perché come queste periferie si inserisce in ciò che l'architettura palermitana lascia in consegna alla storia del Novecento.
Domenico mi spiegava l'altra sera come davvero Palermo non abbia un centro. Siamo tutti periferici o forse tutti centrali, chi lo sa.
Ma è certamente nelle zone al limite che l'edilizia mostra quanto le ragioni industriali abbiano vinto su altre, più profonde, che volevano assicurare abitabilità senza ignorare il legame viscerale dell'uomo con la terra. O forse non è così, ed il "naturale" è rispettato, ma io lo ignoro? E perchè, nel centro storico la situazione è in ogni caso differente?
Ho moltissime domande, che ovviamente non riguardano esclusivamente i luoghi, ma gli abitanti delle zone scelte (ma che forse saranno cambiate...urge inserire l'Arenella), con i quali vorrei tentare un dialogo per cogliere differenze e similitudini, forse arrivando dopo tutto a pensare che la "periferia" è solamente uno stato d'animo, quella marginalizzazione di chi resta lontano dal centro per noia, disincanto o chissà quale altro motivo, fino a non vedere più la causa delle decisioni e trovandosi a subirle anche se ingiuste, forse proprio perché incurante del ruolo di sorvegliante che spetta a chiunque.
Una ragione, anzi un paio, sono di natura "filosofica".
Annoierei di certo dilungandomi a spiegare a cosa mi riferisco, ma mi limito a citare la "fenomenologia del rifiuto", la speranza che un "bene comune" possa ancora esistere, il ruolo non solamente estetico della bellezza (avevo focalizzato specie su questo inizialmente l'idea..forse alcuni di voi ricorderanno che avevo battezzato il progetto "meraviglia e rifiuto"...) e l'indagine inesaurita ed inesauribile sul come si afferma l'identità di un singolo, come quella di un gruppo, senza arrivare ad annientare il bisogno di sentirsi parte di una comunità.
E certamente c'è del "politico", come ho già scritto su facebook e trovate sul blog di Giovanni. Faccio un piccolo copia e incolla anche qui, su.
"Questo sarà un lavoro intrinsecamente ed estrinsecamente politico, sappiatelo.Ognuno di noi ha idee differenti e non ci sarà nessuna tessera a condizionarci. Ma politico , per come limitatamente può essere forse pensato oggi questo aggettivo, è forse soprattutto ciò che non si rivolge più alla propria esistenza per cercare possibili risposte, perché sente il bisogno di anteporre il sentirsi parte di una comunità alle deboli percezioni dell’individuo. E pretende un confronto con quella non solo per capire meglio la propria identità- che può forse dirsi semplicemente un effetto di quell’apertura- ma per comprendere un po’ meglio il proprio tempo, osservandolo, denunciandolo, andando al di là della denuncia stessa, perché ci si sente comunque suoi protagonisti.Ciò che s’impara è, insomma, la responsabilità che fa crescere, nel provare a supporre strategie che possano modificare consuetudini erronee e portarle avanti verso una loro effettiva realizzazione.....
Facebook e l’impegno politico è un dualismo che non regge. Come qualunque social network, s’illude di far politica facendola online. Utile si, fondamentale per molte fasce di quelli che un tempo erano esclusi dall'informazione, il virtuale credo non possa tuttavia assolutamente prendersi la briga di annientare il reale. Perché è qui che finiscono molte energie di coloro che "stanno bene" e non è giusto.Sto cercando di non demonizzarlo più, di non farne il capro espiatorio di tutti i malesseri della società, ma nel nostro caso ribadisco come facebook o il blog di Giovanni Romano verranno usati solo come ausilio, uno strumento per preparare o accompagnare effettivi incontri e soprattutto quei “rivolgimenti” che saranno incisivi se ciascuno sarà sufficientemente motivato a trasformare il senso di impotenza in azione. E questa azione sarà concepita in differenti maniere, ma ci sarà.
Non diamo più udienza al mostro che impera da anni nelle nostre percezioni e che dice: “pensa, immagina, spera quanto vuoi, tanto tutto ciò che tenti sarà inutile”. È sempre possibile cambiare. Niente resta identico e se si fanno degli errori è comunque un modo per uscire dall’omologante visione sul serio apolitica di chi rinuncia a capire dove vive e perché vive in un certo modo e non in un altro, appellandosi a fatalità, destino, fortuna e tante altre amabili stronzate, che coloro che hanno avuto il privilegio di studiare non devono permettersi di incorporare con rassegnazione come tasselli indiscutibili a partire da cui si ridisegna il puzzle impazzito della società italiana.
C'è un'immobilità preoccupante che mortifica i talenti, costringendoli ad andarsene? Sfidiamola. E cerchiamo alternative finora non pensate, sfruttando la gioventù e la sua fame incontenibile. Il vuoto di potere che abbandona il Sud lo possiamo riempire con i nostri poteri, infinitamente più intelligenti e sofisticati di quello, capace di ragionare esclusivamente in termini di produttività, ricatti, vilipendio del poco visibile e dell'invisibile.E tutto questo va fatto anche andando per strada e lasciando che chi non ha avuto voce cominci a parlare, raccontarsi, scoprire le sue delusioni e additare le sue speranze. "La parola fa l'uomo libero. Chi non si sa esprimere è uno schiavo." dice Feuerbach.
Ma c'è chi non si può esprimere, proprio mentre trovano i più grandi spazi d'espressione coloro che non hanno nulla da dire o dicono intollerabili, offensive sciocchezze che, però, ci abituano a non provare più vergogna, tanto ingombranti e frequenti esse sono.
Anche se questo progetto non decollerà, penso che saper pensare e agire"contro" vada difeso come fondamento della nostra democrazia, troppo poco consapevole di sè stessa e per questo capace di farsi sballottare qua e là da ogni omuncolo che sappia sedurla con qualche promessa mirabolante, naturalmente falsa.
Seppelliamo ingenuità e non lasciamo che facciano di noi ciò che vogliono, anche molto più di quanto siamo capaci di capire fino in fondo. Svegliamoci tutti!".
A parte questi fastidiosi toni da arringapopoli, spero che più o meno il senso sia chiaro.
Concludo rapidamente con un altro "perché" che si lega poi alla stessa struttura del progetto. Il mio compito sarà quello di coordinatrice. E per me è entusiasmante la possibilità di scorgere come altri campi si muovono in direzione dello stesso tema, lontano da astrazioni filosofiche.
Beh..Sono disposta a rispondere ad ogni vostro "perché?", oltre a quelli non so quanto sufficientemente esplicitati qui.
Mi auguro che ci si veda tutti presto e si cominci quanto prima, delineando insieme gli obiettivi principali che dobbiamo porci ma che, strada facendo, non è inverosimile stravolgeremo:)
Potrei dire che il primo è quello di denunciare ciò che accade in alcuni quartieri periferici, invisibili ai più. Ma più che altro vorrei che riuscissimo a mostrare, da filosofa direi "lasciar essere", ciò che è sotto questo cielo palermitano, grazie al contributo di coloro che si adopereranno a render degno di voce chi e cosa forse rischia di essere totalmente dimenticato.
Sto cercando di lottare contro molte mie illusioni di nuovo e scoprirò probabilmente quest'anno con più convinzione come la sola mancata illusione devo essere io. Esserci pienamente, costi quel che costi.
Riuscire a capire fino in fondo gli influssi della città credo sia molto importante. Tempo, spazio, persone incontrate... Quante particelle lavorano, attentando al bello o sprigionandolo, per ciascuno di noi.
In questo lavoro abbiamo l'occasione di sentirci familiari e trasferire lontano il senso d'impotenza, perché circoscrivere un luogo su cui operare le nostre indagini e confrontare le nostre idee, senza che sia previsto un dialogo con un potere sordo ed indifferente a restituirci il consenso che conta perché acquisti visibilità ciò che si è "prodotto", credo sia il fattore fondamentale, capace di fare la differenza, di questo progetto.
Insieme, come una piccola cittadina, possiamo sforzarci di "guadagnare", in termini di conoscenza, la grande città (forse un grande "paese") che ci ospita tutti.
Ci farà certamente male. Ma la fatica è una risorsa. Chi risparmia non ottiene niente di nuovo, è banale dirlo. Dal sudore, dalla pazienza, dalla tenacia nascono tutte le cose belle, i pensieri più impetuosi, le storie d'amicizia e d'amore più forti, no?
Mi hanno detto i miei, tornati da un viaggio a Genova, che in via del Campo c'è scritto: "dal letame non nasce niente". Anche lì, dov'è nato e ha composto uno dei più grandi poeti del secolo scorso (lo era per Fernanda Pivano, l'ho sempre pensato anch'io) come Fabrizio, che ha centrato proprio sui dimenticati la maggior parte della sua musica, ebbene, anche lì forse non ci crede più nessuno.
La risalita, la ripresa, la capacità di sfidare queste oscure leggi ingannevoli che lasciano credere che solo il portafoglio abbia "valore", non vuole coltivarla davvero più nessuno come possibilità?
Sì. Esistono piccole forme di resistenza che di continuo vengono prospettate e vissute da moltissimi uomini e donne del nostro tempo, che cancellano la passività e realizzano le loro aspirazioni in campi diversi, mettendosi totalmente in gioco.
Questo progetto sulle periferie palermitane non è che una tra le tante possibili strade di resistenza, che vuole credere nel cambiamento, prendendo sul serio fino in fondo tutto ciò che lo ha reso impossibile finora , comprendendo in differenti maniere, secondo molteplici punti di vista, quante modalità denigratrici dell'uomo e del suo principio speranza, direi, hanno agito sulla realtà palermitana negli ultimi decenni.
Scegliere le periferie, infatti, ovviamente più recenti, è anche un modo per delimitare il tempo storico che c'interesserà scrutare, senza necessariamente dover andare ad indagare l'origine, perduta nella storia, del "fenomeno mafia", ad esempio.
Ma quali sono davvero le ragioni nascoste in quest'iniziativa? Cosa mi ha spinto ad agosto a bofonchiare vaghe idee sulla possibilità di coltivare insieme un "sogno"?
Negli ultimi mesi, molti di coloro che mi conoscono bene da tanti anni, pur abituati alle mie crisi cicliche, credo che mi abbiano riconosciuto a stento.
Si cambia sempre, ma io stavo andando indietro. Ho distrutto me stessa ancora una volta e mi appresto a ricostruirmi di nuovo. Dopo intense fasi di messa in discussione dei miei inganni, mi ero quasi arresa a convivere con essi, trascuravo i miei doveri e scrivevo e pensavo troppo in solitudine, angosciata da miliardi di motivi.
Questo bisogno di riscatto personale è sicuramente alla base del progetto, che sempre nasce, non so se siete d'accordo, da un pò di confusione, ansia, necessità di lasciarsi il negativo alle spalle, ipotizzando possibili alternative che incoraggino a guerreggiare con determinazione con la sofferenza.
Ma sarebbe molto meschino aver pensato di rompervi le scatole per "salvarmi", quasi dovessi crearmi un passatempo che per attuarsi non tenga conto degli affanni delle altre vite.
Ci sono altre ragioni, dunque.
Come sia nata quest'idea è, in realtà, molto più semplice raccontarlo.
Stavo leggendo un libriccino intitolato"Paesaggio e coscienza", uno di quelli che si usano come sostegno per le tesine del liceo, sgraffignato a mia madre, insegnante d'italiano e storia.
Mi ha sempre molto affascinato cercare di chiarire le influenze dello spazio sull'uomo e di questo su quello.
Ma perché proprio le periferie? Non potevo propormi di setacciare viale Lazio e indovinare quanto avesse potuto rendermi ciò che sono, anziché venire ad inquietare voi sulle periferie palermitane?
Indagherò sul mio quartiere, anche perché come queste periferie si inserisce in ciò che l'architettura palermitana lascia in consegna alla storia del Novecento.
Domenico mi spiegava l'altra sera come davvero Palermo non abbia un centro. Siamo tutti periferici o forse tutti centrali, chi lo sa.
Ma è certamente nelle zone al limite che l'edilizia mostra quanto le ragioni industriali abbiano vinto su altre, più profonde, che volevano assicurare abitabilità senza ignorare il legame viscerale dell'uomo con la terra. O forse non è così, ed il "naturale" è rispettato, ma io lo ignoro? E perchè, nel centro storico la situazione è in ogni caso differente?
Ho moltissime domande, che ovviamente non riguardano esclusivamente i luoghi, ma gli abitanti delle zone scelte (ma che forse saranno cambiate...urge inserire l'Arenella), con i quali vorrei tentare un dialogo per cogliere differenze e similitudini, forse arrivando dopo tutto a pensare che la "periferia" è solamente uno stato d'animo, quella marginalizzazione di chi resta lontano dal centro per noia, disincanto o chissà quale altro motivo, fino a non vedere più la causa delle decisioni e trovandosi a subirle anche se ingiuste, forse proprio perché incurante del ruolo di sorvegliante che spetta a chiunque.
Una ragione, anzi un paio, sono di natura "filosofica".
Annoierei di certo dilungandomi a spiegare a cosa mi riferisco, ma mi limito a citare la "fenomenologia del rifiuto", la speranza che un "bene comune" possa ancora esistere, il ruolo non solamente estetico della bellezza (avevo focalizzato specie su questo inizialmente l'idea..forse alcuni di voi ricorderanno che avevo battezzato il progetto "meraviglia e rifiuto"...) e l'indagine inesaurita ed inesauribile sul come si afferma l'identità di un singolo, come quella di un gruppo, senza arrivare ad annientare il bisogno di sentirsi parte di una comunità.
E certamente c'è del "politico", come ho già scritto su facebook e trovate sul blog di Giovanni. Faccio un piccolo copia e incolla anche qui, su.
"Questo sarà un lavoro intrinsecamente ed estrinsecamente politico, sappiatelo.Ognuno di noi ha idee differenti e non ci sarà nessuna tessera a condizionarci. Ma politico , per come limitatamente può essere forse pensato oggi questo aggettivo, è forse soprattutto ciò che non si rivolge più alla propria esistenza per cercare possibili risposte, perché sente il bisogno di anteporre il sentirsi parte di una comunità alle deboli percezioni dell’individuo. E pretende un confronto con quella non solo per capire meglio la propria identità- che può forse dirsi semplicemente un effetto di quell’apertura- ma per comprendere un po’ meglio il proprio tempo, osservandolo, denunciandolo, andando al di là della denuncia stessa, perché ci si sente comunque suoi protagonisti.Ciò che s’impara è, insomma, la responsabilità che fa crescere, nel provare a supporre strategie che possano modificare consuetudini erronee e portarle avanti verso una loro effettiva realizzazione.....
Facebook e l’impegno politico è un dualismo che non regge. Come qualunque social network, s’illude di far politica facendola online. Utile si, fondamentale per molte fasce di quelli che un tempo erano esclusi dall'informazione, il virtuale credo non possa tuttavia assolutamente prendersi la briga di annientare il reale. Perché è qui che finiscono molte energie di coloro che "stanno bene" e non è giusto.Sto cercando di non demonizzarlo più, di non farne il capro espiatorio di tutti i malesseri della società, ma nel nostro caso ribadisco come facebook o il blog di Giovanni Romano verranno usati solo come ausilio, uno strumento per preparare o accompagnare effettivi incontri e soprattutto quei “rivolgimenti” che saranno incisivi se ciascuno sarà sufficientemente motivato a trasformare il senso di impotenza in azione. E questa azione sarà concepita in differenti maniere, ma ci sarà.
Non diamo più udienza al mostro che impera da anni nelle nostre percezioni e che dice: “pensa, immagina, spera quanto vuoi, tanto tutto ciò che tenti sarà inutile”. È sempre possibile cambiare. Niente resta identico e se si fanno degli errori è comunque un modo per uscire dall’omologante visione sul serio apolitica di chi rinuncia a capire dove vive e perché vive in un certo modo e non in un altro, appellandosi a fatalità, destino, fortuna e tante altre amabili stronzate, che coloro che hanno avuto il privilegio di studiare non devono permettersi di incorporare con rassegnazione come tasselli indiscutibili a partire da cui si ridisegna il puzzle impazzito della società italiana.
C'è un'immobilità preoccupante che mortifica i talenti, costringendoli ad andarsene? Sfidiamola. E cerchiamo alternative finora non pensate, sfruttando la gioventù e la sua fame incontenibile. Il vuoto di potere che abbandona il Sud lo possiamo riempire con i nostri poteri, infinitamente più intelligenti e sofisticati di quello, capace di ragionare esclusivamente in termini di produttività, ricatti, vilipendio del poco visibile e dell'invisibile.E tutto questo va fatto anche andando per strada e lasciando che chi non ha avuto voce cominci a parlare, raccontarsi, scoprire le sue delusioni e additare le sue speranze. "La parola fa l'uomo libero. Chi non si sa esprimere è uno schiavo." dice Feuerbach.
Ma c'è chi non si può esprimere, proprio mentre trovano i più grandi spazi d'espressione coloro che non hanno nulla da dire o dicono intollerabili, offensive sciocchezze che, però, ci abituano a non provare più vergogna, tanto ingombranti e frequenti esse sono.
Anche se questo progetto non decollerà, penso che saper pensare e agire"contro" vada difeso come fondamento della nostra democrazia, troppo poco consapevole di sè stessa e per questo capace di farsi sballottare qua e là da ogni omuncolo che sappia sedurla con qualche promessa mirabolante, naturalmente falsa.
Seppelliamo ingenuità e non lasciamo che facciano di noi ciò che vogliono, anche molto più di quanto siamo capaci di capire fino in fondo. Svegliamoci tutti!".
A parte questi fastidiosi toni da arringapopoli, spero che più o meno il senso sia chiaro.
Concludo rapidamente con un altro "perché" che si lega poi alla stessa struttura del progetto. Il mio compito sarà quello di coordinatrice. E per me è entusiasmante la possibilità di scorgere come altri campi si muovono in direzione dello stesso tema, lontano da astrazioni filosofiche.
Beh..Sono disposta a rispondere ad ogni vostro "perché?", oltre a quelli non so quanto sufficientemente esplicitati qui.
Mi auguro che ci si veda tutti presto e si cominci quanto prima, delineando insieme gli obiettivi principali che dobbiamo porci ma che, strada facendo, non è inverosimile stravolgeremo:)
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